Aumento del costo dei contributi a carico dei datori di lavoro agricoli PDF Stampa E-mail
Scritto da Dott. Agr. Giovanni Di Raimondo   
Domenica 31 Ottobre 2010 19:17

Con la Circolare I.N.P.S. n° 25 del 18 febbraio 2010 viene stabilita la contribuzione dovuta dai datori di lavoro delle aziende agricole per gli operai a tempo determinato e a tempo indeterminato. La su detta circolare prevede (Allegato 11 e 12) una riduzione della quota di agevolazione a favore dei datori di lavoro agricoli, con conseguente aumento del costo dei contributi che gli stessi versano per i propri operai. Tale aumento decorre con data 1 agosto 2010.

In via esemplificativa, se per un operaio agricolo a tempo determinato inquadrato nel livello 3 area 2, il datore di lavoro doveva sostenere un costo a giornata pari a 11,48 €, dal 1 agosto 2010, il costo diventa 17,12 €.

Le aziende agricole, oltre all’incontrollato aumento dei costi dei fattori produttivi, vedono aumentarsi anche il costo degli oneri contributivi, di circa il 32%.

Dal punto di vista fiscale l’aumento del costo del lavoro, paradossalmente, non ha vantaggi, fatta eccezione per le Società di Capitali (S.p.a., S.a.p.a., S.r.l.) che non opteranno per la determinazione del reddito su base catastale (Circolare A.Entrate n°50/E del 1 ottobre 2010), e ciò per due motivi:

  • Le persone fisiche, le società di persone e le società di capitali (quest'ultime optanti per il regime di determinazione del reddito su base catastale), calcolano il reddito agrario (art. 32 TUIR) sulle tariffe d'estimo rivalutate del 70%. Le tariffe d'estimo sono state calcolate tenendo conto dei costi e dei ricavi delle aziende agricole modello del 1979, situazione economica ben lontana dagli attuali scenari produttivi;
  • Tutte le imprese agricole, ai fini IRAP, non si avvantaggiano dell'aumento dei costi previdenziali, poichè la base imponibile IRAP si determina come differenza tra i ricavi agricoli e gli acquisti inerenti l'attività agricola, tra questi ultmi non sono compresi i costi del lavoro. Tuttavia i rapporti di lavoro a tempo indeterminato fruiscono di agevolazioni.

Ciò comporta una disomogenea capacità competitiva delle varie aziende agricole dove vengono penalizzate quelle medio-piccole. Di fatti tutte le imprese agricole (Individuali, Società di Persone e Società di Capitali optanti) le quali non assumono Operai a tempo indeterminato sia per le loro dimensioni aziendali sia per le caratteristiche legate alla stagionalità della loro produzione (Es: Aziende operanti nel Viticolo), vedono aumentarsi i costi di gestione senza averne benefici fiscali indiretti.

Inoltre, è facile intuire, che gli attriti tra le imprese agricole, da un lato, e i Sindacati dei lavoratori, e lo Stato, dall’altro, saranno inevitabili; sia perché l’aumento del costo del lavoro influirà sull’aumento del tasso di disoccupazione sia perché, le aziende agricole, potranno fare ricorso a forme di evasione totale o parziale.

E così mentre le aziende agricole italiane vengono catapultate in un contesto di aumento dei costi di gestione e di lotte intestine, con gli altri enti e associazioni italiane, gli altri Paesi Europei ed Extracomunitari, nostri concorrenti, potranno solo beneficiare della nostra sempre minore competitività.

Il nostro Stato, sotto la pressione del Patto di Stabilità, sta attuando, già da qualche tempo, misure per ridurre il debito pubblico, e tra le voci del bilancio statale quella relativa alla Previdenza Sociale è stata sempre oggetto di riforme e manovre correttive.

L’aumento degli oneri sociali a carico delle aziende agricole si traduce in un aumento del flusso di risorse finanziare verso le casse della previdenza. Ma l’aumento degli oneri sociali è visto da sempre dagli economisti come uno strumento di dubbia utilità, poiché può innescare effetti domino con pericolose ricadute sul reddito delle famiglie. Per fare un esempio, se un’impresa agricola si vede aumentare il costo del lavoro tenderà a riorganizzare le proprie risorse umane licenziando, non riassumendo ovvero assumendo per minori giornate i lavoratori per i quali sostengono un costo relativo maggiore. Questi lavoratori fanno parte di famiglie che, di conseguenza, limitano gli acquisti verso le imprese, le quali si vedono depauperare il fatturato, e così via dicendo, portando in stallo la nostra economia. Per usare un comune modo di dire “il cane che si cerca di mordere la coda”.

Concludendo vale la pena fare due importanti riflessioni: uno Stato che ha un prelievo fiscale elevato e misure atte a contrastare l’evasione molto ferree di fatto incoraggia l’evasione oppure spinge le aziende verso la marginalità; e la contrazione della spesa delle famiglie causa un ostacolo alla crescita produttiva.

Ridurre il debito pubblico deve essere un vantaggio per il Paese, tuttavia interventi che possono causare la riduzione della capacità competitiva, in una economia globalizzata come quella che “vivono” le nostre imprese, sono tassativamente da escludere.

Dott. Agr. Giovanni Di Raimondo

 

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Ultimo aggiornamento Martedì 02 Novembre 2010 11:30
 
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