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E’ sicuramente da biasimare la facile credulità, che non di rado sfocia nella superstizione, vestendosi di sensazionalismo e andando alla ricerca quasi spasmodica di segni eclatanti del soprannaturale. Per questo ci sono sempre stati nel mondo tanti come l’apostolo Tommaso, che hanno investigato le ragioni del credere e sono riusciti a fornire motivazioni robuste alla fede. È anche vero che ci sono stati tanti uomini i quali, smarrito il senso del mistero, sono apparsi talvolta vittime del proprio stesso razionalismo.
La verità è che la fede non è né un fatto puramente razionale né qualcosa di irrazionale. Si crede anche con la ragione, ma ci sono verità che superano le limitate capacità della nostra intelligenza. St. Exupery sostiene che “l'essenziale è invisibile agli occhi” e che ci sono le “ragioni del cuore”, che la mente da sola non può cogliere. Bisogna evitare i due estremi: quello di una fede emotivistica, che si fonda solo sullo spontaneismo del cuore, e quello di un credere razionalistico, che è destinato ad affondare nelle strettoie della nostra debole intelligenza. Ma il problema più rilevante oggi non è né quello dell'emotivismo né quello del razionalismo. Il vero dramma è l'indifferenza, ossia il disinteresse per il soprannaturale, che si traduce in una irrilevanza pratica del credere. Molte persone, pur continuando a professarsi credenti, di fatto vivono totalmente ai margini della fede e, quel che è peggio, considerano la fede come qualcosa che non ha a che fare con la vita di ogni giorno. Lo scollamento tra fede e vita, fede e cultura, fede e morale, costituisce il problema pastorale più vistoso del nostro tempo. Come si può tentare di affrontarlo? Sicuramente auspicando che cresca il numero dei testimoni autentici, i quali sappiano dare ragione della speranza che è in loro; ma anche sperando che esistano almeno tanti Tommaso che si pongano il problema e si mettano alla ricerca. Tra l'indifferente che dice di credere e l'incredulo che si pone alla ricerca, io credo che sia preferibile il secondo. Ha ragione N. Bobbio quando sostiene che il vero problema non è la differenza fra credenti e non credenti, ma fra pensanti e non pensanti, cioè fra coloro che si pongono il ‘perché’ e coloro che invece da tempo vi hanno rinunciato, rifugiandosi nel pragmatismo utilitaristico e nel quotidiano consumare una vita priva di senso e quindi vuota. Dio ci salvi da tale vuoto esistenziale, causa di tante patologie nevrotiche! Credenti e pensanti ad un tempo: ecco la verità! Giacché la ragione non si oppone al credere, ma anzi ne risulta illuminata e fortificata, da quel Dio che è già presente nel nostro cuore e vi ha deposto da sempre la sua verità d'amore.
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